L’origine è la meta
53 Per credere ad Heidegger in contesa con Hegel, la materia può “divorziare” dalla forma e farsi di per sé fattore este- tico 23 , in autonomia dalla forma stessa. Anzi, può diventare solo forma, can- cellando i secolari antagonismi che la storia dell’arte ha decretato tra le due categorie dello sguardo. Che poi è quanto, da almeno un decennio, sotto una pletora di denominazioni, tra Eu- ropa e Stati Uniti la ricerca visiva aveva assunto come ultima buona novella per la sopravvivenza dell’arte. La materia dunque basta da sola, può ignorare il colore, è la rivelazione di Contini. La materia è terra, notte, fe- nomeno, è sofferenza dell’esistere e del faticare. Si guardi a Maestrale (1967) con il poderoso gruppo di pescatori che trainano la barca come fosse un croce- fisso in processione. Di qui soprattutto S’istrumpa (1963) dove il corpo a corpo della sfida virile arcaica diventa nottur- na evocazione di volumi e tensioni al limite del percepibile. Così è anche in Carro a buoi (1965) la cui quasi tota- le oscurità è rischiarata da improvvisi grumi di colore che non riusciranno mai a farsi immagine rivelata. E ancora tenebre saranno in Porto di Olbia di notte , sempre del 1965, dove il processo astrattivo si fa più radicale nel ritmo intermittente dei raggi luminosi che si incrociano sulla partitura plum- bea dello sfondo. Non solo. Se per Con- tini il registro cromatico si sta azzeran- do, quello iconografico si adegua per riduzione descrittiva. L’artista sa ormai che ci vuole “poco” per fare pittura. Si guardi a Tori (1962), oggi nella Colle- zione della Provincia di Oristano, dove l’immagine scompare virtualmente per “rinascere”, nero su nero, come unifor- me campitura orizzontale che attraver- sa a metà la tela. Due sbavature di bianco suggeriscono la presenza animale, ma è chiaro che il pittore guarda all’ipnotica intensità di questo spengersi della luce, al minimo differente che distingue le due gamme di nero, che resta, richiamando i cele- bri Neri di Burri, una delle più notevoli prove di bravura del Contini sessan- tenne. Tori – è mia personale riflessio- ne – appare una delle opere che più ci fanno rimpiangere che l’artista, a cui sarebbero rimasti ancora cinque anni di vita, non abbia potuto continuare su questa sorprendente apertura della sua ricerca… In Pietà (1963) ecco ancora il motivo sacro, ma non è certo il pittore a torna- re indietro. Più “scolpita” che dipinta, la scena sa riportarci a un primitivismo di sapore romanico: scabra la definizio- ne delle figure, drammatica e potente la sintesi plastica di cui la più totale as- senza di colore esalta il vigore e l’inten- sità tridimensionale. Unicum assoluto della produzione di Contini è invece La Macchia (o Sarde- gna antica , 1963). Vero enigma non ri- conducibile a nessun momento o svol- ta della sua carriera. Probabilmente si tratta di una scommessa fatta con se stesso, prefigurando il gesto “gratui- to”, un’ipotesi di diversità vissuta come dérèglement del fare, quando il fare è sempre scorso su consolidati binari.
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