L’origine è la meta
49 una cerimonia tribale, quasi una diva- gazione etnografica che sa più di eser- cizio stilistico che di possibile esterna- zione ideologica. Fatto sta che la pittura di Contini sta attraversando una fase dove il sogget- to comincia a debordare dai confini tracciati dal disegno, quasi per una ne- cessità di avventurarsi fuori dalla sua gabbia, dal suo recinto iconico, perfino dal suo significato. Viene da pensare a un’intolleranza figurativa, a un’evasio- ne dal naturalismo di fondo su cui si è mosso da sempre questo lavoro. Non escludiamo neppure una sopravvenu- ta idiosincrasia per le “modalità d’uso” che la pittura, in quanto mestiere, fini- sce prima o poi per imporre all’artista. Pagliaccio (1960) fa da paradigma a questa allergia dell’immagine a resta- re “dentro” i propri luoghi deputati. Non a caso il soggetto è preso di profi- lo, nel senso che l’artista ha deciso per una linea antipsicologica nell’affron- tarlo. In ritrattistica il profilo non ha espressione, come dire che si presta a lasciare via libera al puro dato pitto- rico, “bonificandolo” da interferenze e sollecitazioni contenutistiche. Nelle sue ridotte dimensioni, il di- pinto è un concentrato di gestualità. Osando, potremmo parlare di un sin- tomo di action painting : tutto avviene contestualmente sotto i nostri occhi. Stando alla fondamentale intuizione di Husserl, quello che Contini riesce qui a mostrarci è un fenomeno nel suo manifestarsi 20 . Il pigmento “cementa” l’immagine sotto larghi colpi di spato- la di grande libertà cromatica. L’arti- sta attesta insomma il suo “esserci” e anche il suo arbitrio. E se S’Iscravamentu (1958-64) appa- re una regressione alla pietas umanis- sima del mistero divino, con il Cristo la cui epidermide sembra citare le livi- de tonalità della Deposizione del Ros- so in San Lorenzo a Sansepolcro, per Contini la figurazione è ormai diven- tata un involucro superfluo, purché la pittura possa rivelarsi nella sua essen- za interiore e nella sua verità. E che cosa potrebbe apparirci di più “vero” della straordinaria iconostasi di Pietà (1959) dove il dramma si manife- sta proprio per sottrazione d’immagine e di colore, qui quasi esclusivamente risolto nel bianco-nero? Perché quella verità possa rivelarsi, basta solo un in- tarsio di stecchite geometrie che nega- no il visibile per estrarre con più forza il suo nascosto e significante alter ego. È una pittura che, secondo il celeber- rimo attestato di Michelangelo, sta procedendo decisamente “in levare”, scavando dentro quello che le è sempre appartenuto ed era rimasto in attesa di venire alla luce. A questo punto dovremo riconoscere che ci troviamo al massimo potenzia- le espressivo della pittura di Contini. Sempre condotta con consapevolez- za e dignitosa valutazione dei propri mezzi, l’opera vola ora alto, anche se di “traguardo” non si dovrà parlare; l’arte non può permettersi prodezze agonistiche, perché, è Théophile Gau- tier a ricordarcelo, “l’arte rinasce ad ogni artista” 21 .
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