L’origine è la meta

50 È un fatto che al decennio dei ’60 risal- gono tra lepiù significative opere, quan- do Contini ottiene vari riconoscimenti in partecipazioni nazionali e locali (una personale a Oristano, a Montecatini, il Premio Michetti di Francavilla Mare, Cagliari, il “Settembre Oristanese”). A Pistoia, dove trascorre regolarmen- te con la famiglia le vacanze, continua a dipingere e ha frequenti scambi con artisti locali, senza però crearsi legami di rilievo. È comunque verosimile che lo spirito umorale di “Lelletto” si stesse stemperando in una più riflessiva intu- izione delle cose e della vita, delusioni e rivincite messe in conto. E tutto in un contesto ambientale e affettivo di asso- luta, invidiabile normalità. La vita, “sa- cramento del tempo presente” 22 , con quanto di laico il concetto possa conte- nere, resta la sua unica vera fede. Mentre il fulgido rosso di Papaveri (1960) costituisce una sorta di simboli- co commiato dal repertorio figurativo, il pittore medita in realtà su una tavo- lozza capace di tradurre il tempo sen- timentale e biografico che sta vivendo. E a ragione, se guardiamo Processione de su Jesus (1960) dove il titolo non è che un appassionato, direi quasi grida- to richiamo a quanto non si potrà mai perdere, e soprattutto non si vuole; e questo proprio quando sentiamo che si sta cambiando, che l’“altro” si sta appropriando dei nostri gesti e della nostra volontà. Allora diventa inutile resistere. non resta che attendere. Il quadro è composto da un fascio di larghi brandelli di colori diversi (dove domina, gran segno autobiografico, la fiamma del rosso) che convergono in senso ascendente restringendosi verso un centro invisibile che indoviniamo in alto. Lo slancio dinamico della scena appartiene ancora a una dimensione che, se non rappresentativa, si colloca negli interstizi di quanto non è più e non è ancora. Contini gioca all’ambi- guità, sa di poterselo permettere, sfida le proprie risorse inventive, va avanti da solo per la sua strada. In Luci e ombre del Supramonte (1961), il passaggio è invece compiuto. Ed è avvenuto per via tutta culturale, per quei debiti più o meno intenzio- nalmente contratti “guardandosi in giro”, che poi ha costituito il suo so- stanziale metodo di apprendimento del mondo e dell’arte. E questa volta l’impaginato canonicamente neo-cu- bista parla da sé. Quanto è ricono- scibile e quanto non lo è convivono levitando su una superficie che non “sfonda”, che non offre nessun soste- gno all’elaborato pittorico. Torna il motivo strutturale ascendente che ben conosciamo, l’effetto “a cascata” dei ritagli a frammento di parallelepipedo fittamente connessi, così come torna l’icona che dovrà costituire il clou del- lo sguardo. Nel caso, la sagoma della “chitarra” azzurra dove appare l’unico elemento curvilineo della composizio- ne. Notevole l’accordo tonale intera- mente declinato sulle terre, i bianchi e gli azzurri, fattore unificante di una pagina pittorica che in sé tenderebbe a una irreversibile disgregazione. Pistoia, 1963

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