L’origine è la meta
48 Ora, se non ci è dato sapere con quale lavoro Contini si sia presentato alla rassegna, diventa difficile pensare che abbia deciso per un’opera molto dissimile da Ritmi di giostra, che pe- raltro risale a tre anni prima. Il diritto di primogenitura che in arte ha sempre provocato querelles furi- bonde anche a livelli maiuscoli, an- drebbe nel caso analizzato perché, ripeto, la prossimità delle situazioni socio-culturali di quegli anni e di quei luoghi lo legittimano. Sarebbe inte- ressante sapere come sono andate in realtà le cose. La probità di vita e di carriera che “Lelletto” ha saputo ampiamente meritarsi, credo sia una garanzia per pretenderlo. Ma se si esclude l’esplicita incursio- ne nell’accademismo cubista del pan- nello ceramico Ballo Sardo (1957), la prodezza con cui Contini si investe di modernismo con Ritmi di giostra , non gli impedisce di esercitarsi, in parallelo e con robusto piglio neo-re- alista (non immune qui da certe con- sonanze guttusiane) sul motivo della figura umana. Si guardi a Pescatore (1955) e Ba- gnanti , ancora del 1955, che peraltro coincidono con la già citata commit- tenza della Cantina Sociale della Ver- naccia al Rimedio di Oristano, dove lo studio della figura umana sarà ab- bondantemente elaborato. Sono questi lavori di ampio respiro per composizione, dove il mestiere è sicuramente messo alla prova e ono- rato; ma dove le esigenze imposte dal soggetto impediscono necessaria- mente all’artista di raggiungere esiti comparabili alla coeva pittura da ca- valletto. Le vicende storiche che ruo- tano intorno alla cultura del vitigno della vernaccia sono rappresentate secondo un suggestivo taglio sceno- grafico: tableaux vivants sicura- mente di rapida fattura, spettacolari sequenze di storia che nella cifra di- dascalica trovano la loro più meritata legittimazione. Quando il soggetto torna al quotidia- no e al vissuto, Contini sa darci in- cantevoli momenti di pittura. Basta che l’intesa tra contingenza narrativa e sapienza della mano trovi la cali- bratura giusta: e saremo a Sebastia- no Sacrista (1954), figurina che nella sua estrema concentrazione da papi- vore ci evoca personaggi alla Balzac. L’acuta caratterizzazione fatta di mi- nimi elementi aneddotici si confron- ta con l’altrettanto sommaria stesura pittorica risolta attraverso una lumi- nosa scansione di rapporti cromatici. Anche qui la profondità, dimensione peraltro aborrita da Contini se cerca- ta come stratagemma illusionistico, si manifesta soprattutto per intelli- genza della scala tonale. Risale ancora a questi anni Protesta (1955), soggetto insolito nel reperto- rio tematico di Contini, forse antici- po di un progetto “impegnato” di più ampie dimensioni, poi abbandonato. Sono facce urlanti di primitivistica virulenza, dipinte e tatuate come per
Made with FlippingBook
RkJQdWJsaXNoZXIy MjA4MDQ=