L’origine è la meta

45 Anche qui viene ribadito, con la na- turalezza che ben sappiamo, quel sincretismo di realtà e rappresenta- zione, di vita e culto, di umano e di- vino, dove i confini tra partecipazione e immedesimazione si sono fatti ob- soleti. La confidenza che nella poetica di Contini porta il quotidiano ad av- vicinarsi al metafisico, quella caduta di barriere morali e culturali innalza- te da religione e tradizione, tocca qui forse la sua più intensa espressione. Ci sono anche i momenti della tene- rezza, come in Valerio (1950) e Lal- la (1951), belle prove di ritrattistica infantile che fanno del rosa il “tema” cromatico dominante, richiamando certi trattenuti pudori di racconto che sono stati di Armando Spadini. Nel più tardo Ritratto di famiglia in interno (1960) la cifra sentimenta- le saprà trovare trasparenze tonali e un tratto flou decisamente inconsueti nel catalogo iconografico di Contini Il sorpasso della figurazione è già tutta ne Il ballo tondo (1951). Lo av- vertiamo attraverso la fitta e ritmica reiterazione di uno stesso modulo strutturale sviluppato nell’ iter av- volgente della danza campidana. Lo sciolto bozzettismo della stesura non è che possesso dell’impressione vi- siva, a sua volta sottolineata da una tavolozza che “osa” una non facile, stratificata promiscuità di pigmento. Malgrado l’ancora precoce progetto di svolta, che in questi anni Conti- ni condivide con i corregionali Foi- so Fois, Libero Meledina e Vincenzo Manca, lo sguardo resta comunque fi- gurativo nell’essenza, su un versante di tipo neorealistico e, ripeto, generi- camente espressionistico. È indubbiamente la stagione del consolidamento del mestiere. Dal 1950 Contini insegna disegno e de- corazione alla Scuola di Avviamento Professionale di Oristano e parteci- pa a collettive sia in Sardegna che in continente (Bologna, Roma, Pistoia, Bastia). È premiato nel 1953 alla Se- conda Mostra delle Arti Figurative di Nuoro che all’epoca è il centro cultu- rale più vivace dell’isola. Nel 1956 ha la committenza da parte della Canti- na Sociale della Vernaccia della sua città per grandi e impegnative tele d’ispirazione storica e rurale. Partecipando alla Prima Biennale d’Ar- te di Nuoro del 1957, Contini fa la pro- pria dichiarazione di poetica in un ar- ticolo pubblicato da “Rinascita Sarda”, dove, senza preoccuparsi di rischiare il paradosso, afferma di voler “ rimanere fedele al realismo puro come pittura d’avanguardia ”. Ovviamente la tirata era rivolta al generale e ormai irrever- sibile schieramento degli artisti della sua generazione verso l’astrattismo o comunque verso forme di linguaggio aniconico che lui con disinvoltura li- quida invece come déjà vu . Il carattere continua insomma a emer- gere. E così fioriscono le contraddizio- ni, tanto che l’evidenza da contestare finisce per sembrargli un diritto. Intendo dire che Contini si trova in una situazione vagamente schizofrenica.

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