L’origine è la meta
29 esperienze artistiche estranee, di cui solo allora cominciava a individuare il quoziente seduttivo, l’autorevolezza, perfino la capacità di influenzare il suo futuro. Sente d’altra parte che quella mai con- fessata “modernità” con cui prima o poi avrebbe dovuto fare i conti, non potrà fare a meno del bagaglio ance- strale; che anzi, dovrà conviverci, tra- sformarsi magari in un ibrido dove ogni elemento – linea, forma o colore – potrà essere individuato e ricono- sciuto in sé, come segnale di fedeltà, come marchio d’origine. Se possibile, più in profondità. L’appartenenza, in definitiva, non do- vrà subire umiliazioni. Come dire che per l’uomo di Oristano l’urgenza del nuovo non è più solo un obiettivo d’ar- te, ma una confessione, un giuramento di moralità. Carlo Contini, a Venezia, vorrà dormire sonni tranquilli. È que- sto che in fondo vuole. Le prove si manifestano subito, esemplificate quasi con ostentazione. Si è detto di un registro cromatico da “domare” a contatto con i madreper- lacei, sfuggenti riflessi lagunari. Un registro capace di schiarirsi, rivestir- si di luminosità aeree e trasparenti, ma che – e a questo punto Contini sembra ripensarci – può trasformar- si all’improvviso in un “… tutto qui è grigio, brumoso, freddo. E io amo il colore, vivo per il colore. Per quella ridda di gialli, di rossi, di violetti che laggiù turbina nelle mie pupille e mi accieca (sic)...” 11 Campo aDorsoduro e Venezia, San Vi- dal , entrambi del 1925, sono lavori che annunciano la “conversione” di Contini pittore: là dove il colore non riesce più a vivere di luce propria, da avvertimen- to traumatico e dominatore, ma entra in sintonia, si rapporta con l’intero tessuto pittorico, ne diventa sostegno gregario. Non può cioè, come il trian- golo scarlatto della camicia di Uomo in costume , affermarsi in autonomia dal testo, ma si fa elemento strumentale di un organismo “polifonico”. C’è stato bisogno, per Contini, di quel silenzio e di quei ritmi lenti di vita, di concentrazione estrema sul soggetto. Di Venezia doveva studiare e risolvere la qualità fisica d’après nature, per dir- la con Cézanne, ma anche insinuare il segreto della sua essenza poetica: che non riguarda lo specifico ambientale – troppo scontato per un sito riconosci- bilissimo – quanto piuttosto la sua im- magine evocata, l’icona “interna” alla rappresentazione dal vero. In effetti è una Venezia tutta suggerita, questa di Contini. Un fondale perfino disadorno in attesa di personaggi che non entreranno mai in scena. L’arti- sta “sente” il sestiere come un hortus conclusus dove gli ampi ritagli di ros- so degli intonaci e dei tetti definisco- no spazi geometricamente perfetti pur nella falsa casualità dell’inquadratura. Anche la profondità, risolta nella cali- brata sequenza dei piani, appare ormai dimensione conquistata. Contini sem- bra aver raggiunto una nuova misura. È verosimilmente la fase “costruttiva” della sua carriera.
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