L’origine è la meta

30 E ancora in laguna lo ritroviamo con Venezia, la Piazzetta (1930) forse l’o- maggio più scoperto a un inevitabile, nostalgico colpo di coda impressioni- sta, nel caso di paternità monettiana. Il quadro, peraltro bellissimo, è un’e- sercitazione d’alta maestria sullo spa- zio inteso come “luogo” vitale di pittu- ra. Si veda la linea dell’orizzonte su cui “appoggia” l’Isola di San Giorgio che fa da sezione aurea all’ariosa veduta lagu- nare tra la quinta di Palazzo Ducale e la colonna di San Marco in controluce. È quella linea che decide da sola dove dovremo indirizzare il nostro sguardo perché possa allargarsi fino ad abbrac- ciare l’intero fondale di cielo e acqua. Sempre in termini di intelligenza dello spazio, va letta Riva degli Schiavoni , ancora del 1930, con il nudo e uni- forme spicchio del “listòn” che taglia in diagonale lo scorcio prospettico su cui si affaccia la teoria rosa dei palaz- zi. Trovata geniale la macchia di rosso vivo che occupa il baricentro del qua- dro, là dove convergono tutte le linee di fuga che con intuitiva esattezza de- finiscono la sua profondità di campo. In Fondamenta Nuove (1930) è riba- dito il motivo della contrapposizione spaziale tra vuoto e pieno dell’inqua- dratura: qui, nel taglio trasversale segnato dalle fondamenta in primo piano, in simmetria invertita rispet- to a Riva degli Schiavoni . La gabbia dell’imbarcadero con la sua chiazza di rosso diventa ancora il polo visivo di uno scorcio reso vibrante dalla pen- nellata a tocco che fa pensare alla li- quida gestualità di De Pisis. Ciò che Contini, con probabile disagio, sta apprendendo a Venezia e da Vene- zia, è che quella della pittura è un’a- nima vagabonda e apolide. E che nep- pure i vincoli di sangue stretti con la cultura d’origine, né l’orgoglio dell’ap- partenenza saranno in grado di argi- nare le sue necessità. Intuisce confu- samente la grande “eresia” teoretica di Freud secondo cui l’arte, per interpo- sto inconscio, dispone di una energia pulsionale “così irriducibile che l’arti- sta sarà sempre l’ultimo a decifrare la propria creazione”. 12 Per Contini è il momento della verità. Una verità che però non spiega, non il- lumina né garantisce. In fondo anche i complessi rituali della “Sartiglia” della sua Oristano costituiscono una litur- gia segreta che appartiene alla memo- ria collettiva, vengono da profondità che non sono in grado di risponderci e spiegarci. L’arte, categoria assolu- tamente intuitiva, appartiene ugual- mente ad un impenetrabile antefatto dove tutte le teorie estetiche finiscono per ammutolire. Nel suo Il re degli Ontani , Michel Tournier stigmatizza un’umanità più preoccupata dell’“aldilà” che dell’”al di qua”, ricordandoci che verosimil- mente è “quest’ultima a contenere la chiave della prima…” 13 Quello che Contini deve ormai am- mettere è che a condurre il gioco sarà sempre l’arte, “l’al di qua” di cui scri- ve Tournier. Si accorge cioè che senti- mento e volontà finiscono inevitabil- mente per mettersi al suo servizio. Il pittore diventa una sorta di scriba,

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