L’origine è la meta
28 di vibrazioni spaziali, che deve cioè far respirare una tavolozza fino allora decantata su timbri a forte contrasto; ignara di tonalità mediane, predispo- sta per soggetti d’interno, per quell’o- scurità protettiva che costituisce il loro habitat naturale. È ancora l’istinto che porta il Contini veneziano a “insegnare” trasparenza e profondità alla sua visione, e soprat- tutto a far uso del colore non più come provocazione retinica, ma come espe- diente per misurare distanze secondo natura, scalare i piani nei loro valori prospettici, nella loro libera proie- zione tridimensionale. È insomma la grande occasione per Contini. Anche in termini di superamento del suo sta- tus di solitario verace, che alterna la innata scontrosità a pulsioni goliardi- camente aggressive. Fatto è che a Venezia comincia a pren- dere confidenza con il mondo, quan- do a Roma non gli era stato possibile perché troppo preso a difendersi dai simulacri della Storia. In un giro sociale più raccolto e a sua misura, su una scena che, pur eccelsa, non riesce a mettergli soggezione, fre- quenta il Caffé dell’Angelo e Palazzo Carminati, luoghi di ritrovo di artisti e accoliti, la benemerita Fondazione Be- vilacqua La Masa di Piazza San Marco, e in Campo Manin, la Galleria Venezia dove nel 1928 potrà scoprire “dal vivo” Morandi, Carrà, Boccioni, Casorati, Semeghini, Dalla Zorza e Moggioli. Sono verifiche emozionanti, ma anche conflittuali. A Venezia – “fermaglio d’oro della cintura della terra” 10 , per dirla con Ruskin – Contini si accorge che quanto porta con sé da Oristano dovrà legittimarsi nel confronto con Chiesa di Cabras , 1940, olio su tavola, cm 16x22
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