L’origine è la meta
24 Quasi contemporanee troviamo due prove che esplicitano questa determi- nazione a non indugiare, addirittura a bruciare i tempi del talento che spin- ge. Nel caso, a dargli lo spunto non può non essere il gran tema dell’ata- vismo. Anche a costo di trasformarsi in espiazione della “colpa” etnica, la categoria dell’identità pretende il ri- conoscimento. Alla maniera di Conti- ni Carlo, s’intende. Ed è certo che mai nella pittura sar- da di quegli anni si era giunti a tanta “eretica” licenza nei canoni figurativi sul soggetto. A rinvigorire un reperto- rio tematico dove la cifra oleografica si era ormai fatta tentazione veniale, Contini recluta il suo Uomo in costu- me (1926), oggi nella Collezione Pi- loni dell’Università di Cagliari, dove l’evento cromatico – un rosso così pe- rentorio che prenderà il nome di “ros- so Contini” – si manifesta come fulcro generatore di pittura. È un’intuizione perfetta, del tutto risolutiva nell’intero contesto formale e narrativo del dipin- to, peraltro sapientemente costruito dalla robusta resa plastica della figu- ra, d’un realismo più funzionale a ri- solvere la rude individualità e meno la convenzionale tipologia del personag- gio. Fatto è che basta quel folgorante triangolo di colore assoluto a farci in- tuire che ne sarà del percorso creativo di Contini. Luce sì, ma anche ombra, anche oscu- rità e notte, per una Weltanschauung già predisposta alla drammaturgia della visione. E sarà il monumenta- le Processione notturna de Su Jesus (1925) ad affrontare in sintassi tutta luministica un evento corale fitto di personaggi, dove lo scorcio delle fi- gure andanti è messo in scena da una pennellata convulsa che nel mobilis- simo gioco dei riflessi stravolge iera- tiche fisionomie campidane. Certamente ispirato al far grande dei cicli ad affresco spiati nelle chiese di Roma, il dipinto sfiora il fantastico espressionista (senza dimenticare più o meno inconsce affinità con il filone dei “tenebrosi” del XVII secolo). Devota e grottesca ad un tempo, so- lenne e plebea, dalla diagonale pro- fondità del suo campo visivo l’opera si annuncia come una sorta di autori- tratto al plurale: quando il metafisico non sa rinunciare al proprio alter ego umano e terrestre, perfino al proprio antico paganesimo. Il quadro è insomma un manifesto vir- tuale da cui scaturirà altra pittura e a cui altra pittura tornerà in tutto il cor- so della vicenda creativa di Contini. Va inoltre ricordato che, parados- salmente, è su una simile tematica – sul sacro ancestrale – che Contini elabora il proprio apprendimento del sociale e del politico, destinato nel tempo a radicalizzarsi fino a trasfor- marsi in credo ideologico e perfino in militanza. La voglia di crescere, insieme alla cu- riosità onnivora, dovevano pur trova- re uno sbocco per “Lelletto” (l’epiteto degli affetti familiari che gli sarebbe
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