L’origine è la meta
23 A lui, piccolo estroverso sardo, basta- va far sopravvivere quell’amore a sen- so unico a contatto con la spettacolare magnificenza dell’Urbe. Cercava quanto più possibile di guar- darsi da una complicità emotiva di fronte a tanta eccelsa bellezza: i musei, le chiese fastose, le rovine goethiane, la Storia e il Tempo. Tutto a Roma di- ventava tangibile ma anche pericoloso se avesse preso il sopravvento. I quattro anni romani restano comun- que intensi per ricerca e lavoro. All’I- stituto Superiore di Belle Arti Carlo studia affresco, chiaroscuro e ritratto, si interessa alle correnti romantiche e realistiche, imperversa nei musei, rie- sce addirittura a infilare un suo dipin- to, anche se ignoriamo quale, all’Espo- sizione della Biennale Romana. Diciannovenne, dipinge il quadro dove si dà l’investitura di pittore, non a caso guardandosi allo specchio. È Autori- tratto con la sciarpa cremisi (1922), una sensibilissima ricognizione di sé dalla morbida modulazione plastica che sigla il volto con sintesi ascetica e insieme commossa. Ma quel debutto narcisista non gli sem- bra abbastanza, se tre anni dopo, nel 1925, ritroviamo Carlo appena un po’ più adulto e con un’aria vagamente vis- suta ( Autoritratto con cappello nero ). Qui la pennellata si insinua sicura gio- cando tra luce e ombra a evidenziare i piani facciali con un ductus curvilineo sciolto e perentorio, memore forse del pastoso gesto di Manet. Se i passaggi chiaroscurali sanno già di prodezza, sa- piente per equilibrio tonale si fa il regi- stro dei grigi e dei neri che “aiutano” ad accendere la luminosità dell’incarnato. Lo sguardo è quello protocollare di chi si ritrae, di chi, tra ostentata noia e in- differenza, vuole segnare una distanza, un diaframma rispetto a chi guarda. La tenuta del disegno e il sentimen- to del colore non possono comunque non sorprendere in un artista appena ventenne che sembra aver già capito, e mettere in atto, quelli che sono i pun- ti di forza del mestiere: quanto si pre- tende cioè dal pittore perché meriti e catturi la nostra attenzione. Che poi, se servisse ricordarlo, è quel minimo dif- ferente che solo l’istinto fa scattare. Il pittore Contini s’impone insomma di prepotenza. È agli esordi ma non esita ad anticipa- re, direi quasi a sfida, quello di cui è ca- pace. Osa perché sa di avere i numeri e cerca il consenso. Oristano, via De Castro, 1932
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