L’origine è la meta
20 sempre una legittimazione roman- tica, soprattutto quando si tratta di mettere in scena il riscatto dei vinti, dei diseredati, degli ultimi. Restava naturalmente il rischio di una conversione “alta” del fenomeno, con cadute nel pittoresco (se non nel- la parodia) di un universo necessaria- mente idealizzato ed edulcorato. La maniera, per molti, diventava insom- ma una forte tentazione. Saranno in pochi, tra gli artisti mag- giori, a rendere credibile quella rivela- zione di un repertorio popolare inden- ne da ipocrisie e ambiguità. In questo senso si rintraccia un filo d’eccellenza che potrebbe collegare, nel tempo, l’o- pera di Courbet, Millet, Gauguin, Van Gogh, Ensor, la Kollwitz, Viani… Ma se a livello europeo gli antefatti morali, risaputi o meno, sono questi, quali si presentano invece i più pros- simi, quelli che Carlo Contini ha tro- vato “in casa” e con i quali ha dovuto inevitabilmente misurarsi? In principio – siamo nella prima metà del XIX secolo – distante come una stella fissa e paludato da un’aura sabauda – c’è il cagliaritano Giovanni Marghinotti, le cui pale d’altare nella Cattedrale di Oristano facevano agli occhi del giovane Contini da trauma- tico pendant al Cristo di Nicodemo in San Francesco. L’abisso che li se- parava gli serviva comunque a eser- citare sguardo e pensiero, spingerlo a trovare una via d’uscita alle sue prime fantasie di pittore. “L’arte non cade dal cielo”, diceva Pollock 7 , che per una mente agile e pratica come quella di Contini, voleva dire doversela meritare. E con fatica. Tra Ottocento e Novecento gli artisti locali più attivi, Mario Paglietti, An- tonio Ballero e Giacinto Satta, vedo- no macchiaiolo e impressionista, con Venezia, la Piazzetta, 1930, olio su tela, cm 24x34
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