L’origine è la meta
19 In Grecia la ricerca di una specifica identità in arte – che chiamare “na- zionale” allargherebbe molto il di- scorso che qui non mi è consentito – è tuttora in progress . E forse a renderne stimolanti i ten- tativi e i risultati, è appunto questa condizione di incompiutezza, di pre- carietà, quando tutto può succedere e divenire, specie se il richiamo etnico continua a imporsi all’artista greco in termini conflittuali. Questo percorso all’interno di un fe- nomeno in piena evoluzione – unico nel panorama dell’arte internaziona- le – mi ha permesso di approfondi- re una vicenda creativa sviluppatasi in autonomia dai grandi filoni delle avanguardie storiche, o comunque in ritardo, per non dire “contro”. E se a motivarmi è stato il bisogno di far luce su contesti culturali ancora misconosciuti, di familiarizzare cioè con minoranze e particolarismi, non meno significativo è stato scoprire la complessità di questi presunti margi- ni entro cui l’arte, faticosamente, ha trovato diritto d’asilo. In questo senso Carlo Contini si fa de- bitore tanto delle proprie origini di schietto arborense, quanto della ten- denza autogena di un fenomeno creati- vo che nella sua globalità non ha avuto manifesti né ascendenze spirituali. Né patrie, grandi o piccole che fossero. A livello storico questa vague senza nome viene a coincidere, nell’Europa di metà XIX secolo, con il risveglio della coscienza nazionale nei pae- si irredenti. L’urgenza di un riscatto civile che la sindrome rivoluzionaria stava diffondendo tra la connivenza e la censura dei poteri centrali, fini- sce per lasciare la sua impronta su espressioni artistiche ignare (almeno all’inizio) dei Salons e dell’arte pro- dotta e mirata a uso propagandistico e politico. È stata una spontanea e incruenta “chiamata alle armi” attraverso cui l’artista guarda dietro di sé per riesu- mare dalla tradizione valori che pos- sano costruire dall’interno una nuova idea di nazione e di libertà. Si è trat- tato in definitiva di un appello al “chi siamo” per poter inventare un auspi- cato e allo stesso tempo problemati- co: “come saremo”. Chiaramente sono la cultura popo- lare e il folklore a farsi strumento prioritario di questa più o meno con- sapevole strategia dell’identità. Ed è anche sintomatico che il revival delle radici, pur manipolato in chiave de- magogica a giustificazione del popu- lismo ideologico di base, avrebbe fi- nito col godere a lungo dei favori del- la classe borghese: rassicurandola e “assolvendola” dai sensi di colpa per aver raggiunto il massimo in tema di avanzamento sociale e prosperità economica. Se il filone nasce per così dire, dal basso, sarà la diffusa stimmung ro- mantica di quella stagione ad attira- re l’attenzione di artisti già entrati nell’empireo del riconoscimento e della reputazione critica ufficiale. E sappiamo che il realismo trova Cristo di Nicodemo, scultura lignea di scuola catalano-renana (XV sec.). Oristano, chiesa di San Francesco
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