L’origine è la meta

15 Costas Tsoclis, artista greco oggi tra i maggiori, mi diceva di soffrire di no- stalgia del suo paese anche e soprat- tutto quando si trovava in Grecia. Ritrovo Carlo Contini e l’opera in un inevitabile confronto con il lavoro svolto su di lui per le mostre di Ori- stano del 1998 e di Pistoia del 2002, là dove si situano i suoi poli di esi- stenza e d’arte. Lo ritrovo e lo “riconosco”, addirittura con qualche anno in meno. E questo perché Contini ha saputo mantenere una sorta di promessa mai esternata: quella di chi sa trasferire la sogge- zione alle radici in una zona mentale aperta verso l’oltre geografico e senti- mentale, verso il mondo (“L’isola e il mondo” ho intitolato la seconda delle mostre) senza profanare o disperdere il patrimonio delle origini. Contini è insomma uomo e artista che ha amato quello che si trova sempre allo stato iniziale delle cose e della co- scienza. E se non ne ha abusato, se ne è in qualche modo servito, “traducen- do” quello che l’essere nato a Orista- no e non in un altro posto, la sorte gli aveva concesso. C’è una specie di confessione, quasi una dichiarazione di poetica, a fare da rivelatore a questa certezza su cui l’opera di Contini, in tutte le sue sta- gioni, avrebbe cementato la pietra d’angolo. Se è vero che capita di rado realizzare l’essenza di quello che si è e si vuole, mi piace credere che per Contini sia stato quel pomeriggio di autunno del 1948, sulla Riva degli Schiavoni a Ve- nezia, insieme al collega e corregiona- le Vincenzo Schivo. A Venezia, Contini aveva già trascorso dal 1925 al 1932 un periodo di studio e di lavoro per far “prendere aria” – sono le sue parole – a una tavolozza geneticamente corrusca e timbrica elaborata alla Scuola Superiore di Belle Arti di Roma, dove nel 1920 l’a- veva destinato una borsa di studio del Comune di Oristano. A parte i supremi maestri della luce, da Tiziano a Tintoretto, da Verone- se a Tiepolo e Piazzetta, a correggere quella tavolozza ci sarebbero state in primis le liquide virtuosità tonali di Francesco Guardi, Canaletto, Bellotto. In quella passeggiata in laguna, con a vista il basso profilo del Lido e di San Lazzaro degli Armeni, i due amici ave- vano visitato ai Giardini il padiglione francese della XXIV Biennale. Di fron- te a Le billard di Braque, Contini si era lasciato andare a una sorta di pensiero a voce alta. Eccolo: “ Non mi pento di aver vissuto in Sardegna e di tornarci ogni volta che posso. La nostra isola mi è stata molto ammaestrativa (sic). Sono con- vinto che il folklore sardo racchiuda dei valori inestimabili per la mia arte. Si rapporta alle esigenze coloristiche delle correnti moderne e richiama una tavolozza ardita e smagliante. Non ti pare? Non trovi interessante questo trapianto – diremo così – del folklore nella grande composizione ?” 6

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