L’origine è la meta
16 La riflessione di Contini, cui il dipinto di Braque aveva fatto da cartina di tor- nasole, convergeva indirettamente sul- lo stato delle cose italiche di allora in arte. Le quali, sopravvissute all’utopia del ritorno all’ordine di Novecento e al diktat di Margherita Sarfatti, con poi la fin troppo effimera “Corrente” e il “Fronte Nuovo delle arti” (che proprio quell’anno debuttava alla Biennale), stavano tentando nuove e conflittuali vie alla modernità nazionale. Contini è artista curioso con saggezza. È consapevole che, come nel cosmo tutto si muove, anche l’arte ha le sue rotazioni e rivoluzioni. Ma è anche de- ciso a trarre dal mal du pays la mate- ria prima per volare alto, o almeno così credeva in quegli anni di apprendistato e sicuramente di solitudine. Oristano dalla luce vibrante e dai pal- mizi che ricamano il cielo nella sua ora mauve , non sono emozioni da rinchiu- dere nella memoria. Restano flagranza di vissuto, momenti che lo seguono a sua insaputa, lo guidano benevoli. Ma ad affiancarlo c’è in primis il Cristo di Nicodemo a San Francesco, croci- fisso ligneo del XV secolo (nel 1941 ne esegue una copia dipinta per sostituirla all’originale che gli eventi bellici in cor- so avevano obbligato a un trasferimen- to sicuro), icona che agli occhi del neo- fita Contini riesce a cancellare i secoli che lo separano da Rouault, altro padre spirituale dei suoi anni giovanili. L’osservatorio del primo Contini ha dunque questo sfondo affettivo. Il tessuto della sua formazione cultu- rale nasce dall’humus dell’isola. Que- sto almeno prima della sua personale “diaspora” alla ricognizione di quan- to l’istinto gli sta facendo intravede- re: non essere cioè il solo a credere nel genio delle radici. Contini “sa” che fuori, nello pseu- do-continente Italia, in Europa e nel mondo, quelle radici avevano attec- chito ai margini delle grandi avan- guardie corifee, con una vitalità e una varietà di linguaggio da generare tendenze estremamente articolate e in qualche modo tangenti all’arte co- siddetta “maggiore”. Tendenze ovvia- mente differenziate in rapporto alla situazione socio-politica dei paesi in cui erano andate formandosi. Devo ammettere che per una non pre- vedibile affinità elettiva – dato il mio orientamento professionale rivolto soprattutto all’arte aniconica - questa empatia per l’opera di Carlo Conti- ni nasce a seguito di una importante esperienza di lavoro e di studio svolta in Grecia sul percorso storico dell’ar- te moderna e contemporanea di quel paese. Nel caso, si è trattato di inda- gare dentro una civiltà figurativa che aveva dovuto reinventarsi sulla base di un grande complesso: un’eredità storica immensa e in qualche modo ingombrante, da prendere a modello o rifiutare, e che comunque implicava per l’artista un confronto o uno scon- tro. E i secoli intercorsi non erano ba- stati a neutralizzarne la memoria, né, forse il ricatto.
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