L’origine è la meta

14 Lawrence arriva, prende appunti e se ne va. In qualche modo anche la sua esperienza della Sardegna diventa “al- tra”, perché appunto vissuta “in lon- tananza”, che vuol dire per induzione estetica. Il folklore non richiede di più, anzi, pretende che nel viaggiatore lo scambio tra sguardo e oggetto del desi- derio sia effimero, sia già teoricamente memoria, come in definitiva lo sono i pregiudizi. Lawrence è insomma un privilegiato, è scrittore globe-trotter. L’immobilità e il colore locale lo affascinano, ma è an- che l’ultima condizione al mondo che sceglierebbe di vivere. E soprattutto sa che l’arte esige una di- stanza, un diaframma da porre tra ar- tista e opera. Sa che la creazione deve evolvere in uno stato di neutralità emo- tiva, generalmente a un climax di indif- ferenza rispetto alle sue stesse motiva- zioni, che pur nascono da una necessi- tà, da un atto volontario cosciente. “Scopo dell’arte è rivelare l’opera e na- scondere l’artista”, recita un altro an- glofono illustre, Oscar Wilde 4 , lui che aveva firmato il virtuale manifesto del decadentismo sostenendo che è la vita a imitare l’arte e non viceversa. E siamo a Carlo Contini. Quanto detto può illuminarci a con- trario su un’opera che cinquant’anni dopo la scomparsa dell’artista, sembra rispondere con ancor più fermezza a quegli interrogativi, a quella distan- za-trauma tra chi l’arte la fa e quanto pretende il suo retroterra culturale, psicologico e umano. Carlo Contini torna insomma a riba- dirci che il ricatto dell’appartenenza, la dicotomia tra norma e diversità diventa difficile da rimuovere; e se lo si tenta, ritorna indietro come un boomerang. Perché non si rimuovono cose di poco conto. Paradossalmente si rimuove quello che più ci manca. E se non bastasse: “… solo quello che si è perduto resta per sempre”, come ha scritto Marguerite Duras 5 . L’arte potenzia questo signum contra- dictionis facendo sì che ogni perdita o assenza diventino in realtà false cate- gorie dello spirito. Perché portiamo sempre con noi, come il nomade por- ta con sé la propria tenda, un vuoto di vita; che è sofferenza per quello che forse non è stato e mai sarà. Autoritratto con la sciarpa cremisi , 1922, olio su tela, cm 33x25

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