in ecclesia Sancte Marie de Arestano
o di un intero portico, coronato da un elemento forse in ferro battuto; una porzione di un fianco dell’edificio, divisa in tre ordini di quattro ampie arcatelle nascenti da lesene e peducci modanati, nel primo con alternanza di rombi e oculi e negli ultimi esclusivamente con oculi, l’intero corpo sormontato da una sorta di cupola con banderuola (in ombra sul lato destro, forse la facciata); un elemento isolato, con ogni probabilità una colonna su base in conci squadrati, sormontata da un globo con croce patriarcale, di difficile attribuzione; la parte inferiore del foglio, separata dal resto, che sembrerebbe mostrare l’interno dell’edificio, dove sono riportate quattro colonne con capitello (una delle quali con catena di rinforzo, un’altra forse con un’importante lesione verticale), le grandi arcate a tutto sesto che dovevano dare uno dei setti divisori, con altri dettagli dell’ornato riferibili all’esterno dell’apparecchio murario (rombi privi di gradonatura) e agli estremi poggianti direttamente su pilastri, il tutto reso più chiaro dalla presenza della pavimentazione forse in marmi e ardesia, dove l’autore tentò di dare resa prospettica al suo lavoro. Il partito romanico desumibile dal disegno conferma non solo i dati raccolti nel dettaglio dallo scrivente relativi all’ antiqua facies del duomo, ma quelli finora osservati da Raffaello Delogu (1953) e da Maria Manconi de Palmas (1954; 1984), ripresi da Roberto Coroneo (scheda in R.Serra, 1989; 1993; 2004). I dati forniti dall’interpretazione del prezioso documento permettono anche di ribadire la collocazione cronologica dell’edificio e di riconoscervi le fasi del primo XII secolo e della parziale ricostruzione terminata nel 1228: osservando attentamente il disegno, si nota una sorta di cornice orizzontale tra le arcatelle più basse e le altre, interrotta dalle lesene. Questa doveva segnare effettivamente, all’esterno, la divisione tra navatelle e corpo centrale; le arcatelle più alte potrebbero essere frutto della ricostruzione terminata nel 1228, che, come visto, dovette interessare unicamente le quote alte dell’edificio. Un caso analogo, evidenziato dall’impiego di materiali differenti per via di un crollo in corso d’opera, si ritrova presso Olbia nel San Simplicio. È inoltre possibile identificare l’attività di precise maestranze, le poche capaci di tali prodezze a operare nell’Isola, come esposto nella relazione e negli studi citati, educate in ambito pisano-pistoiese e i cui riflessi diretti sono evidenti tanto in Sardegna quanto in Corsica. Di particolare interesse sembra il raffronto con la perduta chiesa di San Nicola di Gurgo delle appendici di Oristano, riferibile all’attività delle maestranze di Santa Giusta e fabbricata negli stessi anni, ante 1131, per volontà del giudice Costantino, ricordato dal nipote Barisone alla donazione ai Cassinesi del 1182. Costantino, responsabile anche della edificazione della prima chiesa romanica di Santa Maria di Bonarcado (1110 ca.), agiva col concorso della moglie Anna de Zori. La potente famiglia logudorese aveva vasti interessi anche nell’Arborea, come documentano tra gli altri il Brogliaccio e il Condaxi Cabrevadu del San Martino di Oristano fino al XV-XVI secolo, oltre che il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado. Gli Zori furono molto impegnati nelle donazioni ai monaci benedettini; una delle loro imprese più rilevanti fu l’edificazione del San Nicola di Silanos, presso Sedini, opera unica di abilissime 69
Made with FlippingBook
RkJQdWJsaXNoZXIy MjA4MDQ=