L’origine è la meta
38 Un livello che la precedente ope- ra “ufficiale”, Apoteosi di Eleonora d’Arborea (1931), ispirata alla mitica e divinizzata giudicessa, non poteva far prevedere. Pur sapiente nella composizione, del tutto estraneo al temperamento di Contini è il suo registro monumentale. Resta comunque un bel frammento re- lativo a questo lavoro, Studio di donna (1931), dal fluido disegno che rende un momento casuale e pur intenso di vita nel suo scorrere. Tra gli studi preparatori per un’altra committenza sacra (una lunetta d’al- tare per la chiesa di Santa Maria Mad- dalena a Uras), da citare è il geome- trizzante Profilo di donna (1933) dove il controllo del dato stilistico farebbe pensare a una contaminazione seces- sionista da Biasi. Un Contini più inti- mista lo troviamo nel compendiarioma perfetto Via di Castro , e siamo al 1940. Il tocco rimanda qui a una versione im- pressionistica della scena: figure, muri, finestre, la strada che curva, tutto è ri- solto in rapide taches , d’una sicurezza che sa ormai di virtuosismo. Dello stesso anno è Chiesa di Cabras , che al contrario punta sul fattore pro- spettico. I volumi geometrici primari, con la forte cesura segnata dall’angolo della muraglia inquadrata tra ombra e luce, danno spessore “cubista” alla veduta ripresa dal basso. Ancora al 1940 risale Campagna a Villaurbana , opera dallo svelto piglio esecutivo, con la figura del pastore-vedetta seduto sulla roccia che diventa perno visivo dell’ampio, solitario paesaggio. Ritor- na qui il collaudato accordo tonale dei grigi e delle terre caro a Contini. Sui quarant’anni, Contini sembra ac- corgersi che immagine e gesto dovran- no agire quanto più possibile in simul- tanea per potersi tradurre in quella pittura che sta inseguendo. Intuisce cioè che l’inevitabile diaframma tra referente e azione dovrà ridursi, ma- gari annullarsi, con tutti i rischi che l‘operazione può comportare. Se, come scrive Leonardo, l’arte è “cho- sa mentale”, per l’artista di Oristano il pensiero non può impedire il diritto che l’opera ha di rivelarsi in autono- mia, di separarsi da chi la sta creando, di diventare perfino “altro” da ciò che rappresenta. E questo si potrà ottene- re solo intervenendo su quella catego- ria dello spirito, o flusso di coscienza che sia, che chiamiamo “tempo”. La contestualità tra dato sensoriale – che è l’immagine smascherata dallo sguardo – e il gesto che la reinventa, segna per Contini una nuova affasci- nante sfida, ma anche una nuova rego- la, un nuovo sentire estetico. L’opera si manifesta dunque per si- nestesia, quando tra visione e azione non ci potrà più essere soluzione di continuità. È all’impulso emozionale che va la priorità nell’atto creativo, costasse il sacrificio del fattore edoni- stico, cui non sempre, allora, era fa- cile rinunciare. E i tempi di Contini, che sono ancora quelli della sopravvi- venza del figurativo, non erano certo passati all’abiura. Papaveri , 1960, olio su tela, cm 90x65
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