L’origine è la meta

37 Quello che però fa dell’opera di Con- tini una tra le più notevoli testimo- nianze di pittura sacra del XX secolo in Italia, è un’intuizione “anomala”, se si pensa al soggetto trattato: la di- vinità adorata dalla folla di pastori, braccianti, donne del popolo e ba- strasciu (che sta per monello e in- sieme ragazzo di strada) affacciata ai bordi del catino dell’abside, è un sole irradiante, fisico, “pagano”. L’artista sembra guardare solo all’ele- mento che dà luce e vita all’uomo, che rende fertile il suo lavoro, avvicenda le sue stagioni, fa avanzare la sua esi- stenza, la sua speranza e la sua storia. Quel sole insomma non è una meta- fora di Dio. A Solarussa Contini esegue dunque una sorta di glorificazione agnostica – verrebbe da dire “socialista” – del lavoro contadino, sostituendo il popo- lo del Campidano agli angeli e ai santi della devozione cristiana. Ma anche uniformando, nel controluce, le sa- gome dei fedeli attraverso ombrosità grigie e terrose che le fanno appari- re come un’unica massa informe, la- sciando protagonista assoluto il gran chiarore giallo-oro dello sfondo. In questo senso, a voler rintracciare una “paternità” più plausibile per af- finità iconografica, dovremmo rifarci alla cupola di Sant’Antonio de la Flori- da di Goya, là dove sono i majos madri- leni a fare le veci delle schiere angeli- che che assistono al miracolo in corso. Troviamo in collezioni private vari studi e disegni preparatori ( Pastore cieco , Studio per Allegoria Arboren- se , entrambi del 1933) che documen- tano questo felice momento creativo di Contini. Sebastiano sacrista , 1954, olio su tavola, cm 29x35 Sa Sartiglia , 1952 olio su tela, cm 70x50

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