L’origine è la meta

34 assoluto significante, osa perfino la “sgradevolezza” dell’esecuzione, si intensifica nel momento in cui si sot- trae come aneddoto. Ancora del 1930 è la superba maschera de L’ubriacone (certamente una figura proverbiale di Oristano), che ci fron- teggia con un’incombenza al limite del sostenibile. Se Contini, ritraendosi, ha in qualche modo eseguito un’evasione da sé, in di- minuendo psicologico, qui ci troviamo sul versante opposto. Siamo all’accani- mento, allo scavo, alla caratterizzazio- ne perfino crudele, indiscutibilmente etnica. Questa faccia non possiamo evitarla. L’assenza di pensiero, la nar- cosi dei sensi e dello sguardo dicono di un esistere minore, rivelano il paria. Ed è pietas , partecipe e sofferta. Sono questi gli anni in cui l’artista, “esule redento”, si sta guadagnando fama di pittore del popolo, che vuol dire nella più stretta e istintiva declina- zione morale del suo credo. Da Testa d’uomo con barba , (1930) quasi uno scalpo doloroso sospeso sul- lo sfondo nudo della tela che richiama la frequentatissima bizantineggiante iconologia del Battista, a Vecchio con Berrita (1933) dove l’epidermide del pastore è cuoio ispessito che contende al nero del berretto la priorità timbrica della visione, Contini sembra motivato da una precisa necessità: testimoniare “della dignità e della decenza dell’esi- stere” 14 . Così è per il più tardo Testa di pastore (1940), che nella sua allucinata cifra espressionistica annuncia moduli figurativi ricorrenti in tutto il secondo atto della vicenda creativa dell’artista. Con l’opera del trentenne Contini sia- mo certamente lontani dai paluda- ti cortei nabis di Biasi che, nella più esplicita adesione al verbo “dell’arte per l’arte”, con suprema eleganza fa re- citare a pastori della Barbagia il ruolo che il pubblico si aspetta da loro. È qui che Contini va oltre il maquillage che la tradizione aveva imposto al filo- ne etnico, dimostrando di saper resti- tuire verginità al folklore attraverso il suo stesso repertorio. Sarà questa la cifra concettuale ed este- tica che d’ora in avanti lo accompa- gnerà nelle trasferte locali alla ricerca della “sua” Sardegna. Che poi altro non è che dare respiro universale a un’ico- nosfera ostinatamente legata alla sua fissità immemorabile. Venezia, 1949

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