TOPONOMASTICA – LE VIE DI ORISTANO

TOPONOMASTICA – LE VIE DI ORISTANO

Continua il viaggio nella nostra antica e bella Città.
Stavolta porteremo la nostra attenzione al tessuto urbano e più precisamente alla toponomastica, ovvero lo studio scientifico dei nomi dei luoghi, in questo caso delle vie cittadine.

 

Quelle stesse che in questi giorni vorremmo ripercorrere, magari senza la fretta con cui le abbiamo sempre attraversate per anni, presi dalla quotidiana frenesia, alla ricerca di un parcheggio il più vicino possibile alla nostra meta o per ritrovare gli amici in un locale del centro o ancora per fare acquisti in centro.
Il nostro viaggio/passeggiata interesserà soprattutto il centro storico; resteremo quasi sempre in “Pottu”, l’area circoscritta dell’antica città murata voluta dal Giudice Mariano II a partire dal 1290, girando per strade a volta ampie per poi ritrovarsi nei vicoli più stretti e volte sconosciuti ai più.
La base di partenza sarà quella del bel lavoro che qualche decennio orsono venne creato, a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Oristano e affidato a due Oristanesi DOC quali il compianto Gianni Atzori e lo storico Raimondo Zucca.
Per ora mettiamoci comodi davanti al nostro computer nell’attesa di poter riprendere le normali attività e, magari, iniziare a progettare un trekking urbano alla ricerca delle vie con le loro belle targhe maiolicate, anche queste facenti parte della antica tradizione di Oristano Città della Ceramica.

 

INTRODUZIONE STORICA

Si è pensato, prima di introdurre la sezione meramente toponomastica urbana, di proporre una panoramica di come fosse suddivisa storicamente la nostra città; i più forse troveranno dei nomi sconosciuti oppure “sentiti dire” ma senza conoscerne esattamente il significato o il contesto in seno alla attuale configurazione spaziale cittadina. Ci auguriamo che in molti come me, figli o nipoti di vecchi oristanesi, possano riconoscere in queste poche righe le narrazioni sentite da bambini dai loro parenti che, come i miei genitori, si parlavo tra di loro inserendo nei loro discorsi nominativi di vie a dir poco fantasiose, fatte di nomi e cognomi pronunciati in dialetto o altro, che tutta la comunità dell’epoca conosceva perfettamente da renderle quasi ufficiali.
La città di Oristano, in questi ultimi secoli, si è estesa “a macchia d’olio” inglobando nella struttura urbana le fiorite campagne che guardano verso il mare e verso il fiume Tirso.
Così nel breve volgere di un quarto di secolo sono nate nuove vie e nuove piazze battezzate dalle Giunte Comunali che nel corso degli anni si succedevano nell’amministrazione della città di Eleonora.
E può accadere che, scorrendo le ormai vecchie pagine del desueto elenco telefonico, ci si imbatta in vie recentissime come via Raimondo Bonu o a Via Pietro Riccio e si esiti un momento prima di collocarle correttamente nello spazio cittadino, magari con l’ausilio della oramai insostituibile applicazione Google Maps.
Le nuove vie sono il segno della tumultuosa crescita di Oristano avvenuta a prezzo dello spopolamento delle aree più deboli della provincia.
Oggi la compagine degli abitanti di Oristano è formata da un ristretto numero di Oristanesi e da un maggioritario novero di cittadini sardi e no che nella città di Eleonora hanno trovato una nuova patria.
Fino agli ormai mitici anni sessanta Oristano era una piccola città che si vestiva a festa una sola volta all’anno per la sua Sartiglia e che viveva i tempi dell’anno scanditi dalle processioni che attraversavano il suo breve spazio.
Ancora in quegli anni il centro storico era “su Pottu”, mentre l’abitato esterno era “su Brugu”.
Allora era possibile passeggiare nel secolare borgo dei Figoli, che ha lasciato il nome a una via che non presenta più le botteghe di quegli artigiani oristanesi che si pretendevano eredi dei figoli tharrensi.
Allora lungo la via Mazzini dominavano ancora gli alti portoni delle officine dei fabbri-ferrai e, nella strada che recava al Ricovero, si aprivano le botteghe dei maniscalchi, dei cuoiai e di tutto quel mondo antico.
Ai sopravvissuti di quel mondo sarà concesso di serbarne il profumato ricordo della nostalgia, ma a tutti quelli che quel mondo non lo hanno conosciuto sarà opportuno che, sin dalle prime tappe scolastiche, esso sia presentato, perché nella storia della città in cui si vive si ritrova la trama intricata del nostro presente.
Uno dei caratteri della città che più rapidamente scompare è quello della toponomastica tradizionale; essa, infatti, è limitata agli anziani del centro storico e dei sobborghi.
Attraverso una appassionata ricerca sul campo, durata vari anni, l’insegnante Gianni Atzori, oristanese de “su Pottu”, nato in s’arruga noa (Via G. M. Angioy) ha raccolto dalla viva voce di Oristanesi, nati sullo scorcio del secolo XIX o al principio del XX, i nomi tradizionali delle vie e delle piazze, talvolta corrispondenti a quelli ufficiali, talaltra di uso esclusivamente popolare.
Chi scrive[1], oristanese de “su Brugu”, nato in s’arruga de santu Srebestianu (Via Mazzini), ha ricercato i documenti cartografici e gli elenchi delle vie di Oristano e delle frazioni negli Archivi di Stato di Cagliari e Oristano e nell’Archivio Comunale di Oristano ed ha analizzato le motivazioni storiche sottese alla toponomastica viaria di Oristano, con particolare riferimento alla stagione ottocentesca della grande illusione delle “Carte di Arborea”, il colossale falso storico che arricchì Oristano e la Sardegna, di un popolo di eroi che doveva rivelarsi totalmente inventato, ma che fece in tempo ad ottenere l’onore di targhe e viarie che, dopo oltre 120 anni, resistono in Oristano.
Al Professor Giulio Paulis, ordinario di Linguistica Sarda presso l’Ateneo Sassarese, si deve il fondamentale contributo della trascrizione dei nomi popolari delle vie e piazze d’Oristano e delle frazioni, tesa, secondo i voti della Amministrazione Comunale di Oristano, a rendere intellegibili le denominazioni sarde delle antiche strade cittadine.
(Parziale riadattamento del testo originale di Raimondo Zucca che si ringrazia anticipatamente)

 



[1] Leggi Raimondo Zucca

 

ORISTANO NEL MEDIOEVO

L’impianto della struttura urbana di Oristano, così come ci è pervenuto, risale al Medioevo, allorquando il centro alto medievale di Aristiane, noto già nel VII secolo nella Descriptio orbis romani di Giorgio di Cipro, acquisì la popolazione residua di Tharros, abbandonata intorno al 1070, in quanto decaduta per varie cause interne ed esterne.
Esistono diverse opinioni sulla costruzione della cinta muraria e del castello a ridosso delle mura. La più accreditata interpretazione, basata peraltro su una puntuale documentazione epigrafica, attribuisce al Giudice Mariano II, nell’ultimo decennio del XIII secolo, la edificazione di mura, torri e relativo fossato per dare sicurezza alla città.
E’ verosimile, comunque, che un circuito murario già circondasse la città prima dell’imponente intervento di architettura militare voluta dal citato Giudice.
Alla fine del Duecento Oristano si presentava, perciò, dotata di una struttura urbana fortificata che farà della città un caposaldo difficilmente espugnabile, pronto a respingere l’invasore di turno.
Di tutto ciò rimane ben poco; l’avversione per tutto ciò che appartenne al passato ha animato negli ultimi secoli molti oristanesi. Le mura in particolare hanno subito in attacco inconsulto da parte dei proprietari delle case vicine, che distruggevano nottetempo le possenti mura per recuperare spazio e materiale lapideo.

Il Quarteri de S. Sadurru è, esplicitamente, identificato nel Brogliaccio di San Martino con il Quarteri de Ungloni de Bangiu, detto anche de sa ruga noa, ovvero de Putzu Comas o ancora de sa via a Puççu Longu.
Con grande probabilità il quartiere si denominava anche de Puço Longu e de Puzzu Puddiu, dal nome di due pozzi esistenti nell’area.
Il quartiere denominato, originariamente, dalla antica chiesa (bizantina?) di San Saturno, riedificata negli anni trenta del secolo XX, corrisponde al quadrante sud orientale della città, dove erano localizzati i Pozzi Comas, Longu e Puddiu o Puddinu, i Bagni pubblici (Bangiu) e la ruga noa, la via nuova, attuale Via G.M. Angioy.
Un altro gruppo di denominazioni di quartieri potrebbe riflettere una disarticolazione di un originario unico quartiere, appunto quello di San Saturno: si tratta del quarteri dessa domo dessu Marchesu e del quarteri de Prexoni che parrebbero incorporati nel settore sud orientale di Oristano.

Il quarteri de S. Antoni va identificato nel settore sud occidentale di Oristano, che partendo da Porta Mari giunge, attraverso sa ruga de Santa Maria, odierna Via Duomo, alla ruga de santu Antoni, attuale via S. Antonio.
In questo settore si riconoscono numerosi edifici chiesastici e strutture monastiche.
Risulta assai difficile immaginare una suddivisione in questo quadrante cittadino in vari quartieri, ancorché le fonti indichino un quarteri de Porta Mari, un quarteri de Aquila e un quarteri de Santu Franziscu.
Similmente al caffo del quartiere di San Saturno non si escluderà una pletora di denominazioni differenti per indicare il medesimo quartiere.


Il
Quarteri de Porta Ponti, denominato dalla struttura architettonica più imponente di tale settore urbano, la torre di Porta Ponti o di San Cristoforo, corrisponde probabilmente al quartiere nord occidentale cittadino, tra via Sant’Antonio, Piazza Eleonora e Via Dritta.

Il Quarteri de Santa Clara corrispondente al quartiere nord orientale di Oristano, prende il nome dalla trecentesca chiesa delle Clarisse.
A parte questi quartieri che potrebbero derivare da una effettiva e originaria quadripartizione della città, le fonti di età spagnola, dimentiche del significato effettivo di quartiere (settore urbano corrispondente ad uno dei quattro quadranti in cui è suddivisa idealmente la città) offrono menzione di un Quarteri de Ponti Magno da localizzarsi, invece, in su Brugu, e corrispondente all’area a sud del Ponti Mannu, in direzione del borgo di Pontixeddu.

I Borghi (Su Brugu)
Aldilà della cinta muraria di Oristano si sviluppano i borghi, popolarmente condensati nell’indicazione di “su Brugu”.
La prima delineazione dei vari sobborghi è affidata allo storico rinascimentale Gianfrancesco Fara che, intorno al 1580, elencava i cinque “suburbiola S. Lazari, Noni, Magdalenae, Ponticuli et Figulorum”.
Su brugu de Santu Lazaru era ubicato a ridosso del convento di San Martino fino all’attuale mercato rionale del Sacro Cuore, dove era ubicata la chiesa e il lazzaretto di San Lazzaro che davano il nome al borgo. Nei pressi, si trovava fino a poco tempo fa “su putzu ‘e Santu Lazaru”.
Non appare in altri documenti il “suburbiulum Noni” citato dal Fara; esso corrisponderebbe secondo Raimondo Bonu alla zona di Via Aristana o meglio al borgo attorno alla chiesa di Sant’Efisio, denominato in vari atti “su brugu” per antonomasia.
Il sobborgo della Maddalena, detto anche “de su putzu de su Castellanu”, prende il nome principale dalla chiesa trecentesca della Maddalena, presso Silì (Sa Maddalena ‘e foras), in quanto il borgo giungeva sino ad incorporare la Via Ricovero che conduce a quella chiesa.
Il borgo dei vasai, che appare nei documenti in età spagnola, (brugu de sos coniorlargios) corrisponde all’aggregato abitativo intorno a Via Figoli, che mantiene l’antico nome de “su brugu”.
Infine, il quinto borgo di Oristano era denominato variamente “dessu Carahjoni”, o “dessu Canali” o “de Pontixeddu”. Mentre il primo toponimo risulta non spiegato attraverso uno studio scientifico, gli altri due si richiamano ad un piccolo corso d’acqua, valicato da un ponticello, presso l’incrocio tra la via Tirso e le vie Sardegna e Sebastiano Satta. D’altro canto ancora oggi gli anziani oristanesi chiamano la Via Tharros “s’arruga de is scaraionis”, in relazione ad una delle strade che servivano l’omonimo “brugu”.

Is Ceas e is Arxioas
Due erano gli aspetti del paesaggio attorno alla città di Oristano: is Ceas (depressione in cui si raccolgono le acque stagnanti) e is Arxioas (le aie). Oggi questi elementi insiti nella struttura morfologica ed economica della città nel passato sono scomparsi, guadagnati dall’espansione urbana.

Is Ceas
Il termine Cea sta ad indicare, come si è detto, una depressione del terreno che in una zona bassa (basciura) come Oristano era facilmente invasa dalle acque del Tirso, non ancora invasata negli argini. Nei periodi di pioggia l’acqua puntualmente si riversava nei punti più bassi della città; queste zone costituivano is ceas.
Una di queste era sa cea de Cuccu, un ampio bacino lacustre che occupava l’area compresa fra Piazza Mariano, Via Mariano IV [2] e Via Brancaleone Doria.
Nell’attuale zona del Sacro Cuore, al limite dell’attuale Liceo Scientifico e del Campo Coni si trovavano “is ceas de Peppi Enna”, in cui era localizzata una vera miniera a cielo aperto per l’estrazione dell’argilla per i figoli oristanesi.
Infine nel territorio a sud ovest della città si individuavano “is ceas de Santu Nigoa” e “Aqua Urci” che spesso si univano alle acque dello stagno di Santa Giusta.
Nella memoria popolare si ricordano le esondazioni disastrose e si evoca “s’unda manna” della piena del Tirso: in quelle occasioni Is Ceas costituivano la strada aperta all’invasione delle acque. Il fenomeno fu finalmente risolto nel tempo fra le due Guerre Mondiali con l’arginatura del basso corso del Tirso.

 

Is Arxioas
In un centro come Oristano, a vocazione prevalentemente agricola, avevano una notevole importanza le diverse zone attorno alla città destinate alle aie, is arxioas.
In queste arxioas venivano conferite le diverse produzioni agricole (grano, fave, lenticchie, ceci etc.) per essere trebbiate. Sino agli inizi del Novecento si trebbiava con il bestiame: buoi e cavalli che giravano attorno ad un palo, trascinando un grosso masso o, semplicemente correndo sui covoni, separavano il seme dalla pula; “A su bopru” era il grido di incitamento.
I cavallini selvatici de sa Jara che pascolavano liberi sul Monte Arci venivano catturati e portati in pianura per tale incombenza.
Is arxioas più importanti erano “s’arxioa de matta”, nell’area occupata attualmente dall’Ente Risi; “is arxioas de ponti a ponti”, corrispondente a Viale Repubblica e “is arxioas de Srebecani” a ridosso di Via Cagliari, nell’area degli attuali edifici della S.A.I.A. e del Liceo de Castro.

(Parziale riadattamento del testo originale di Gianni Atzori che si ricorda con affetto)



[2] L’area in dislivello dove attualmente si trova il parcheggio fronte Poste centrali.

 

STRUTTURA URBANISTICA DI ORISTANO

I testi più importanti ai quali far riferimento per la toponomastica della città di Oristano sono il Brogliaccio di San Martino, il Condaxi Cabrevadu e il Condaghe di Santa Chiara.

Altro documento importante con dei riferimenti toponomastici alla nostra città è il testamento di Ugone II di Arborea, che si sofferma in particolare sulla reggia degli Arborea e sulle sue pertinenze. Il Brogliaccio di San Martino è un manoscritto cartaceo che si trova nella Biblioteca Universitaria di Cagliari. Trattasi di un registro di amministrazione dei beni della Chiesa e del Convento di San Martino extra muros. Le registrazioni sono eseguite tra il 1415 e il 1579.

Il Condaxi Cabrevadu è il registro di consistenza della proprietà del convento nel 1533. Esso precisa a quella data le proprietà, le donazioni di beni fatti al convento: monti, salti, peschiere, vigne, terreni case, rovine e relativi detentori che dovevano corrispondere al convento dell’importo stabilito per gli affitti.

In molti di questi atti pubblici si fa riferimento a “quarteris” (quartieri), “brugus” (borghi), “portas” (porte cittadine), “rugas” (vie), “giassus” (ingressi) e “pratzas” (piazze).
La città si definiva attraverso due grossi nuclei: “su portu” e “su brugu”.
Su Portu (o Pottu) era la città murata alla quale si accedeva dalle tre porte: “Sa Porta” o “Porta Pontis” (la porta per eccellenza o porta del Ponte sul Tirso, aperta nella Torre di San Cristoforo, nella odierna Piazza Roma); “Porta Mari” (porta del mare, prossima alla torre di San Filippo, nella attuale area di Piazza Manno); “Porta del Castellanu” o “Portixedda” (Porta del Castellano o la porta minore, creata forse verso il secolo XVI presso l’angolo nord orientale della cinta muraria).
Su Brugu stava ad indicare gli agglomerati urbani che andavano costituendo al di fuori delle mura, soprattutto a levante.
In su Portu erano insediati, in prevalenza, gli ecclesiastici, i nobili, i proprietari, i commercianti e i borghesi.
In su Brugu avevano dimora di preferenza i contadini, gli allevatori e gli artigiani, insomma il popolo minuto.

 

 

LE VIE DI ORISTANO

La documentazione sulle vie della città medievale appare ridottissima: in un atto del 1243 appare menzionata la Ruga Mercatorum, corrispondente con probabilità alla ruga Sansalia o de Santa Maria dei documenti aragonesi e spagnoli, ossia all’odierna Via Duomo.
Nel testamento di Ugone II, del 1335, è attestata sa ruga de sa porta de mari e su jassu dessa domo que fudi de Calonigu Falchi ditu (in prossimità di Via Crispi?)
Non è dubbio, tuttavia, che una serie di denominazioni attestate in documenti seriori possa risalire al periodo giudicale: è il caso ad esempio de sa ruga de sos Giudeos (Via Azuni), costituente la spina dorsale de sa Juaria, il quartiere ebraico che dovette essere attivo nel Medioevo fino al 1479, anno della cacciata degli Ebrei dal Regno di Spagna.
Inoltre le vie denominate da edifici chiesastici medievali (o alto medievali) è plausibile che avessero acquisito tali nomi all’atto della costruzione di tali fabbriche: sa ruga de Santa Maria (dalla Cattedrale di Oristano, costruita nel 1070 e ricostruita in forme romaniche nei primi decenni del XII secolo); sa ruga de Santu Franziscu (Via de Castro; dalla chiesa dei Francescani, eretta in stile gotico intorno al 1250); sa ruga de Santu Antoni (via Sant’Antonio; dalla chiesa con annesso ospedale, di forme gotiche delle seconda metà del XIII secolo); sa ruga de Santa Clara (Via Garibaldi-Via Santa Chiara; dalla chiesa delle Clarisse, eretta intorno al 1343); Pratza de Santu Sadurru (Via San Saturnino; dalla chiesa di San Saturno, presumibilmente di età alto medievale).
Ugualmente potrebbero riportare all’età giudicale i nomi di Pratza de sa Mahioria (Piazza Manno, in rapporto al luogo dove si svolgeva l’attività del majore de portu, della ruga dessas Conzas ( Vico Episcopio o vicinanze, dalle conce intramuranee, distinte da quelle extramuranee, secondo il testamento di Ugone II); della Ruga Maista e della Ruga Noa, da mettere in rapporto con la costruzione della cinta muraria della città ad opera di Mariano II, che aveva determinato la “strada maestra”, attuale via Dritta/Corso Umberto I, in relazione alla Porta Ponti della Torre di San Cristoforo e la “via nuova” (Via G.M. Angioy) in collegamento con il settore orientale della città delimitato dal nuovo tracciato murario, lungo l’attuale Via Solferino.
Infine ancora all’età giudicale probabilmente rimonta la denominazione attuale via dell’Aquila, forse di origine araldica, da confrontarsi con il quartiere oristanese “dell’Aquila” noto fin dal periodo giudicale.
All’effimero periodo marchionale (1410-1478) si deve attribuire la ruga de Corte de su Marchese (Via Vittorio Emanuele II, presso piazza Manno) e, forse, la ruga de sos Cavalleris (Via Crispi).
All’età spagnola si ascrive la toponomastica viaria connessa a chiese e conventi eretti in tale epoca: via e piazza San Domenico (Via Lamarmora e Piazza Martini), vie delle Cappuccine (Via Parpaglia), Via Carmine (Via Carmine), Piazza degli Scolopi (Piazza Eleonora).
Al Settecento possiamo attribuire la Via Santa Catterina [sic] (odierna Via Garibaldi) con la costruzione della chiesuola omonima, sorta presso la porta Ponti per accogliere i nuovi Arcivescovi Arborensi, che facevano il loro ingresso in Oristano venendo da Nord.
Nei sobborghi di Oristano le nostre informazioni sulla toponomastica sono scarsissime sino al principio dell’Ottocento.
Si può ritenere che la costruzione di nuove chiese e monasteri fosse alla base della nascita di odonimi (nomi di strade) quali arruga de santu Srebestianu (odierna Via Mazzini) dalla chiesa cinquecentesca, votata per la liberazione della pestilenza; pratza Sant’Efisi (piazza Sant’Efisio) dalla seconda chiesa dei Borghi, eretta al principio del XIX secolo; Via San Lazzaro (Via Cagliari, presso l’incrocio con Via Gramsci) dalla chiesa e lazzaretto medievali di San Lazzaro; Stradone San Martino (Viale San Martino) in rapporto alla chiesa e monastero di San Martino esistente già nel 1228; Stradone Camposanto (Viale Cimitero) connesso al cimitero di San Pietro, consacrato nel 1832.
S’Arruga de is Congiolargios (Via Figoli), arteria principale del Brugu dessos Coniolargios, attestato sin dal Cinquecento, ripete evidentemente una denominazione di età spagnola, se non al periodo giudicale.
Si assegna, invece, ad età giudicale con certezza S’arruga de su Scarajoni (o dessu Scaraioni- Via Tharros), in quanto il borgo così denominato è attestato sin dal 1414, appena quattro anni dopo la fine sostanziale del Giudicato di Arborea.
Un problema assai complesso è costituito dal nome della Via Vinea Regum, così denominata nel 1876 in sostituzione dell’odonimo originario Biangiaregu mannu, distinto dalla ruga di Bingiaregheddu (Via L. Alagon).
E’ evidente che il toponimo Vinea Regum non è altro che la rideterminazione dotta di Bingiaregu, analizzato come bingia = vinea + regu = regu(m), e interpretato come “la vigna dei Re (Giudici di Arborea).
La toponomastica viaria odierna di Oristano è, in gran parte, frutto di un intervento della Giunta Municipale degli anni settanta del XIX secolo. In un Indice alfabetico delle vie e delle piazze del Centro urbano di Oristano, nel Catasto dei Fabbricati, ora all’Archivio di Stato di Oristano, redatto in Cagliari il 31 luglio 1876, sono contenute le denominazioni attuali e quelle precedenti delle vie, con il riferimento delle tavole censuarie.
Questo documento, finora inedito, consente l’attribuzione sicura delle strade di Oristano dei nomi anteriori e posteriori a detta deliberazione che rinnovò profondamente la toponomastica cittadina.
Lo spirito romantico di cui era imbevuta l’atmosfera oristanese nell’Ottocento oscurò a tal segno le menti che la città di Eleonora d’Arborea volle consacrare alla memoria di eroi inventati di sana pianta con la dedica di ben dodici strade ai personaggi delle “Carte d’Arborea”.
Le “Carte” furono messe in vendita dal Frate Cosimo Manca, a partire dal 1845; ad acquistarle fu la Biblioteca Universitaria di Cagliari retta dallo storico Pietro Martini, mentre l’abilissimo decifratore delle stesse fu il paleografo Ignazio Pillito, su cui grava il sospetto di esserne l’autore materiale.
Oristano non stava a guardare: un nobile della città, Giuseppe Corrias, acquistò vari codici cartacei pubblicati dall’oristanese Salvator Angelo De Castro e li donò alla biblioteca cagliaritana.
Intanto la città acquisiva “illustri concittadini” del passato: giudici, scultori, guerrieri e poeti…
Come se non bastasse le nuove Carte Arborensi spaziarono per ampi orizzonti cronologici, rivelando eroi della resistenza antiromana dei tempi di Ampsicora (215 a.C.), re di Tharros e di Cornus e, finalmente, l’eroina fondatrice di Oristano, Aristana.
Il questa temperie giungeva ad Oristano l’eco della condanna delle Carte d’Arborea, sentenziata in Berlino nel 1870 dalla scienza filologica tedesca, sotto l’egida del più grande storico ed epigrafista del XIX secolo, Theodor Mommsen.
Quella per Oristano era “l’erudita camorra teutonica” e così nel consenso degli Amministratori e del popolo di Oristano nacquero Via Aristana, Via Falliti, Via Serneste e tutte le altre denominazioni viarie derivate dalle “Carte d’Arborea”.

Bibliografia: Comune di Oristano, Gianni Atzori – Raimondo Zucca – Le Vie di Oristano
Le immagini sono tratte dall’archivio di Lucio Deriu